15.06.2026

Il vettore energetico della transizione digitale

di Antonio Pilò

 Quaderni

“I cannot but regard the experiment as an important one…” (William Grove, 22 ottobre 1842, scrivendo a Michael Faraday dopo i suoi esperimenti sull’elettrolisi dell’acqua)

L’idrogeno è l’elemento più abbondante dell’universo. È il carburante delle stelle e, indirettamente, della vita stessa sul nostro pianeta. Eppure, trasformarlo in una soluzione energetica sostenibile per l’uomo è molto più complesso di quanto possa sembrare.

Da oltre due secoli la ricerca studia la produzione e l’utilizzo dell’idrogeno, generando aspettative, sperimentazioni e dibattiti. Nei primi anni Duemila, ad esempio, si immaginava di alimentare con l’idrogeno anche i motori termici. I risultati ottenuti hanno però evidenziato un limite fondamentale: l’energia necessaria per produrre, comprimere e stoccare il gas risultava superiore a quella effettivamente restituita dal sistema.

Gli studi pionieristici di William Grove, William Nicholson e Alessandro Volta avevano già dimostrato che per separare le molecole d’acqua in idrogeno e ossigeno è necessario fornire energia. È questo il vero paradosso dell’idrogeno: non è una fonte energetica primaria, ma un vettore energetico, cioè un mezzo per immagazzinare e trasportare energia prodotta altrove.

Oggi la maggior parte dell’idrogeno industriale viene ottenuta tramite Steam Methane Reforming (SMR), un processo che utilizza il metano e genera significative emissioni di CO₂. Tra estrazione, trasporto del combustibile e trasformazione chimica, il bilancio ambientale resta fortemente negativo.

La sfida della transizione energetica consiste quindi nel produrre idrogeno a basse emissioni, utilizzando elettricità proveniente da fonti rinnovabili. In questo contesto assumono un ruolo centrale le celle a combustibile (fuel cell), capaci di trasformare l’idrogeno in energia elettrica con elevata efficienza e senza emissioni dirette diverse dal vapore acqueo.

Rimangono tuttavia aperte alcune questioni tecnologiche cruciali, in particolare quelle legate allo stoccaggio e al trasporto. L’idrogeno è infatti un gas estremamente leggero e richiede sistemi dedicati per essere accumulato e movimentato in sicurezza.

L’idrogeno nel sistema energetico del futuro

L’utilizzo dell’idrogeno non sostituirà integralmente la rete elettrica, ma si integrerà con essa all’interno di un sistema energetico ibrido. Le grandi utenze continueranno a essere alimentate da fonti come solare, eolico, idroelettrico e nucleare, mentre l’idrogeno potrà svolgere un ruolo strategico nelle applicazioni che richiedono accumulo energetico locale e continuità di servizio.

Anche nel settore della mobilità questa direzione è già visibile. Modelli come la Toyota Mirai e la Hyundai NEXO dimostrano come la tecnologia a celle a combustibile sia già una realtà industriale, pur restando limitata dalla disponibilità delle infrastrutture di rifornimento.

L’idrogeno avrà un futuro nei data center?

Tra le applicazioni più promettenti figurano proprio i data center. I sistemi di continuità elettrica (UPS), oggi basati prevalentemente su batterie al litio, potrebbero in futuro adottare sistemi di accumulo a idrogeno associati a fuel cell.

Questa soluzione consentirebbe di immagazzinare energia rinnovabile sotto forma di idrogeno e di riconvertirla in elettricità quando necessario, riducendo la dipendenza dalle batterie tradizionali e il relativo impatto ambientale legato all’estrazione delle materie prime e ai processi produttivi.

In questa prospettiva, l’idrogeno non rappresenta soltanto una tecnologia energetica, ma uno dei possibili elementi abilitanti dell’infrastruttura digitale del futuro: un ponte tra produzione rinnovabile, accumulo energetico e resilienza operativa dei sistemi critici.

© Photo Credits: Luca Zanier