Umani fuori modello

di Alfredo Giordano

 Orizzonti

La tecnologia ci cambia quando iniziamo ad assorbire le sue logiche. Quando il suo modo di vedere il mondo diventa lentamente il nostro modo di giudicare le persone, il lavoro, il valore, perfino noi stessi.

L’intelligenza artificiale non porta con sé solo potenza di calcolo: porta una grammatica. Classifica, prevede, misura, corregge, ottimizza. E più entra nelle imprese, nelle scuole, nella sanità, nelle relazioni sociali, più quelle pratiche diventano cultura. All’inizio le applicano i modelli, poi le applicano le organizzazioni; infine, quasi senza accorgercene, iniziamo ad applicarle anche noi.

È qui che nasce una domanda inquietante: diventeremo tutti figli dell’errore quadratico medio?

Nel machine learning l’errore quadratico medio misura, in modo semplificato, quanto una previsione si discosta dalla realtà. Il modello impara riducendo quella distanza: minimizza l’errore. È una logica potentissima quando serve ad addestrare una macchina; diventa pericolosa quando diventa un’idea dell’uomo.

Perché se la vita viene interpretata come scarto da ridurre, allora la differenza diventa difetto. L’originalità diventa rumore. La vulnerabilità diventa inefficienza. Il carattere diventa deviazione. La persona smette di essere mistero e diventa prestazione da riallineare.

Ma l’umanità non è mai avanzata per perfetto allineamento. È avanzata per eccedenza. Per intuizione. Per ferita. Per coraggio. Per amicizia. Per lavoro. Per genio e per quella forma di follia che spesso precede ogni grande visione. La media conserva, l’anomalia apre mondi.

Papa Leone, nella sua ultima enciclica, richiama proprio a questo: l’uomo non può essere ridotto alla sua utilità, alla sua produttività, alla sua misurabilità. La dignità non nasce dal mercato, dal dato o dalla performance: nasce da qualcosa di più alto, più antico, più irriducibile.

Qui il discorso si fa ancora più profondo, perché la tecnologia stessa ci offre una metafora quasi profetica. Nel machine learning un modello che aderisce troppo bene ai dati di addestramento diventa fragile nel mondo reale. Si chiama overfitting: ha imparato perfettamente il passato e per questo non sa più abitare il futuro.

E se stessimo facendo overfitting sull’umanità? Se, nel tentativo di conformarci ai modelli, finissimo per addestrarci sui nostri comportamenti passati, sulle nostre paure, sulle nostre abitudini, sui nostri bias? Se trasformassimo l’imprevisto, che è sempre stato il motore dell’evoluzione umana, in un errore da correggere?

Non bisogna temere macchine sempre più intelligenti, né fermare l’intelligenza artificiale: sarebbe miope. La vera paura è che l’uomo venga lentamente ridisegnato a immagine delle metriche con cui lo osserviamo. L’etica non può arrivare dopo l’innovazione. Deve essere la sua architettura portante. Deve darle direzione, misura e respiro. Perché la tecnologia senza una visione dell’uomo accelera soltanto. La tecnologia con un progetto di futuro umano costruisce civiltà.

Il futuro, allora, sarà magnifico se avremo il coraggio di restare umani.