Oltre l’invisibilità

di Marco Bettiol

 Visioni

L’invisibilità è stata per anni la strategia, più o meno consapevole, scelta dagli operatori dei data center in Italia e all’estero. Una scelta legata alla natura stessa di queste infrastrutture: pilastri del cloud da proteggere anche per ragioni di sicurezza. A favorire questa discrezione hanno contribuito due elementi. Da un lato l’aspetto estetico: i data center sono spesso indistinguibili da normali insediamenti industriali. Dall’altro la loro complessità tecnica, che li rende poco riconoscibili in un contesto produttivo come quello italiano, storicamente orientato al low tech.

Oggi però questa strategia rischia di essere meno efficace. La crescita del numero di data center e il loro impatto sul territorio stanno rendendo il settore sempre più visibile. Secondo i dati 2024 riportati nel disegno di legge regionale lombardo, in Italia operano 168 data center, di cui 67 in Lombardia, quasi il 40% del totale nazionale. L’Italian Data Center Association prevede inoltre un raddoppio della potenza installata entro il 2026, con una crescita che porterà a 1 GW nel 2028 e 2 GW nel 2031.

La questione energetica e l’utilizzo delle risorse, in particolare dell’acqua nei sistemi di raffreddamento, stanno quindi diventando temi centrali. Finché il numero delle infrastrutture era limitato, le tensioni con altri usi del territorio restavano marginali; oggi l’indifferenza può trasformarsi in ostilità.

Per questo il settore è chiamato a costruire un nuovo rapporto con il territorio, fondato sulla responsabilità. Un primo percorso riguarda la rigenerazione industriale: il Global Cloud Data Center di Aruba a Ponte San Pietro nasce dalla riconversione dell’ex cotonificio Legler, mentre il progetto Trentino DataMine utilizza una miniera attiva di dolomia in Val di Non. In entrambi i casi il data center diventa occasione di recupero e riqualificazione, evitando nuovo consumo di suolo.

Un secondo ambito riguarda il recupero del calore. A Milano, il calore prodotto dal data center Avalon 3 di Retelit alimenta la rete di teleriscaldamento di A2A, contribuendo al fabbisogno energetico di oltre 1.250 famiglie.

Centrale è anche il tema delle competenze. Academy, percorsi ITS e programmi formativi dedicati possono contribuire a colmare il gap globale di professionalità specializzate che, secondo Uptime Institute, raggiunge 2,4 milioni di lavoratori mancanti. In Italia, iniziative come Pathways to Tech di Equinix e le borse di studio “Data Center Talent” promosse da IDA e DCD Academy indicano la direzione.

Esiste infine un quarto elemento, trasversale a tutti gli altri: la comunicazione. La discrezione che per anni ha caratterizzato il settore rischia oggi di diventare un limite reputazionale. Rendere visibile il valore prodotto dai data center – in termini di innovazione, riqualificazione, energia e competenze – sarà decisivo per costruire accettabilità sociale e accompagnare la crescita futura del settore.

 

Marco Bettiol, Professore Associato di Economia e Gestione delle imprese, Università di Padova

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