Dal 18 settembre al 13 dicembre, Reggio Calabria e Messina ospitano la terza edizione della Biennale dello Stretto. Il tema, “Mutazioni”, lascia la linea retta della storia novecentesca, partenza, arrivo, progresso, per raccontare un cambiamento che procede per salti, discontinuità, sovrapposizioni. Mutazioni difficili da prevedere e ancora più difficili da governare, che investono insieme città, paesaggi e relazioni.
Non è casuale che questa riflessione avvenga nello Stretto. La Biennale non prende il nome da una città, ma da un territorio: due sponde che si guardano e, nel mezzo, un flusso continuo. Una geografia relativamente piccola, eppure attraversata da fenomeni enormi, nella quale l’acqua non separa ma connette e mette continuamente in relazione spazio, tempo e persone.
Lo sguardo si allarga così alle tre rive del Mediterraneo, europea, africana e medio-orientale, considerate non come margini, ma come parti di una stessa geografia in trasformazione.
In questa prospettiva cambia anche il progetto. Il tempo torna a esserne materia prima: progettare significa rispondere al presente conservando una responsabilità verso ciò che verrà. E significa superare la semplice interdisciplinarità per entrare nella transdisciplinarità, dove architettura, paesaggio, antropologia e tecnologia non si incontrano alla fine, ma si contaminano fin dall’origine.
È in questo terreno complesso che si inserisce anche lo spazio del dato, nelle sue forme più contemporanee e forse più imprevedibili. Uno spazio che abbiamo a lungo immaginato come astratto e remoto e che torna invece a misurarsi radicalmente con la geografia: può avvicinarsi alle città e alle comunità, seguire l’energia, riabitare strutture esistenti o scendere nel sottosuolo. C’è qualcosa di quasi ancestrale in questa traiettoria. Mentre la tecnologia diventa sempre più sofisticata, lo spazio che la rende possibile torna a confrontarsi con le condizioni elementari dell’abitare: la terra, l’acqua, l’energia, la temperatura, la protezione. Il territorio non è più soltanto il luogo nel quale l’infrastruttura viene collocata: può diventare parte dell’infrastruttura stessa. Forse è anche questa una delle mutazioni del nostro tempo: mentre il dato sembra perdere ogni geografia, lo spazio che lo custodisce riscopre il luogo.
Courtesy Fondazione Le Città del Futuro
Installazione artistica di Ninni Donato – Ph. © Stefano Anzini