Qualche mese fa è uscito “L’inganno dell’automa” (Venipedia), forse uno dei contributi più lucidi e necessari pubblicati recentemente sul rapporto tra società e intelligenza artificiale. Non un libro sull’IA in senso tecnico, ma un invito a osservare ciò che si nasconde dietro la narrazione dell’inevitabilità tecnologica: le scelte politiche, economiche e culturali che modellano gli strumenti che utilizziamo ogni giorno.
Con il rigore della giornalista e la sensibilità di chi non ha mai separato la tecnologia dalle persone, Carola Frediani da queste pagine ci ricorda che ogni innovazione porta con sé rapporti di potere, responsabilità e conseguenze concrete. Un libro che non cerca di alimentare paure né entusiasmi, ma di restituire complessità a un dibattito spesso schiacciato tra marketing e allarmismo.
Poi è arrivata la notizia che non avremmo voluto leggere.
La notizia della morte di Carola Frediani, che ci ha fermato.
Aveva 51 anni. Aveva fondato Guerre di Rete, la newsletter che ogni domenica aiutava migliaia di persone a capire cosa succede davvero nello spazio digitale, chi sorveglia chi, chi decide, chi paga il prezzo di tecnologie che abitiamo senza averle scelte. Lo faceva con una voce rara: precisa senza essere fredda, autorevole senza essere inaccessibile, capace di tenere insieme il codice e la vita delle persone.
Aveva cominciato nei primi anni Duemila a Genova, all’agenzia Totem di Franco Carlini, tra i primissimi in Italia a raccontare l’impatto della rete sulla società. Da lì aveva costruito una carriera che attraversava La Stampa, Wired, L’Espresso, Amnesty International, Human Rights Watch. Ovunque fosse andata, aveva portato lo stesso sguardo: quello di qualcuno che sa che le tecnologie non sono mai neutre, che ogni sistema di sorveglianza, ogni algoritmo, ogni infrastruttura digitale è sempre anche una scelta politica, sempre anche una storia umana.
Raccontava hacker, attivisti, vittime, governi e aziende senza cedere mai alla caricatura. Dietro ogni attacco, ogni inchiesta, ogni mercato nero e ogni infrastruttura di sorveglianza cercava le persone, con le loro storie, le loro fragilità, i loro errori, le loro responsabilità. Lo raccontava come se quel peso fosse anche suo.
In un campo troppo spesso dominato da allarmismi, comunicati stampa e gergo tecnico, il suo sguardo rimaneva sobrio e umano, al contempo rigoroso e ironico. Guerre di Rete era questo: slow journalism applicato a un terreno dove il rumore di sottofondo è assordante. Quattordicimila lettori, costruiti con pazienza, senza sponsor, senza advertorial. Solo la domanda, ogni domenica: a chi serve questa tecnologia. Chi decide. Chi ha voce.
Per una redazione come la nostra, che cerca di costruire uno spazio di pensiero attorno al dato e alle sue responsabilità, averla come voce editoriale sarebbe stato un sogno. Avremmo imparato molto.
Oggi resta il suo lavoro. Restano i suoi articoli, le sue inchieste, i suoi libri e soprattutto il metodo che ha insegnato a tanti: guardare la tecnologia senza subirne il fascino, senza demonizzarla, ma senza smettere di porre domande.
Quelle giuste.