Nel 2025 il Disseny Hub Barcelona ha presentato la mostra How to Design a Revolution: The Chilean Road to Design, dedicata al ruolo svolto dal design grafico e industriale in Cile tra il 1970 e il 1973. L’esposizione ha riportato l’attenzione su un’esperienza in cui progettazione, industria e sistemi informativi operarono come parti integrate di un unico disegno infrastrutturale.
Tra i nuclei principali figurava la prima ricostruzione completa e funzionante della sala operativa di Project Cybersyn, concepita da Stafford Beer come ambiente di coordinamento per un sistema produttivo distribuito.
Non si trattava di un semplice centro di controllo, ma del punto di convergenza di un dispositivo informativo più ampio. Una rete telex collegava le industrie nazionali e trasmetteva dati operativi periodici. Il sistema DataFeed li elaborava attraverso modelli statistici, traducendoli in indicatori sintetici. La visualizzazione costituiva il momento centrale: l’informazione veniva resa leggibile e comparabile, orientando l’attenzione verso scostamenti e soglie critiche.
Alla base di questo dispositivo stava un’architettura informativa più ampia. Cybersyn non era soltanto la sua sala operativa, ma un sistema articolato: il software Cyberstride individuava deviazioni significative nei flussi produttivi, mentre un simulatore macroeconomico – CHECO – permetteva di esplorare scenari economici. L’informazione non veniva semplicemente accumulata, ma organizzata in livelli progressivi di responsabilità: le anomalie restavano gestite localmente finché rientravano entro determinate soglie, mentre le criticità diventavano visibili ai livelli superiori del sistema.
Anche la configurazione spaziale svolgeva una funzione strutturale. L’assenza di scrivanie concentrava l’ambiente sulle superfici di proiezione, mentre la disposizione circolare delle sedute favoriva il confronto diretto. Ogni poltrona girevole in fibra di vetro integrava dieci pulsanti nei braccioli attraverso cui interagire con il sistema. La relazione tra corpo, interfaccia e dato veniva incorporata nell’architettura stessa.
Il progetto grafico, sviluppato sotto la responsabilità di Gui Bonsiepe con Eddy Carmona, Jessie Cintolesi e Pepa Foncea, traduceva la complessità economica in diagrammi, codici colore e rappresentazioni sintetiche. Il design dell’informazione operava come dispositivo cognitivo: trasformava flussi numerici in strutture percepibili, rendendo osservabile un sistema industriale su scala nazionale.
La sala operativa si inseriva nel lavoro dell’Area di Design Industriale dell’INTEC, dove la progettazione era orientata alla razionalizzazione dei prodotti e alla standardizzazione dei componenti. La stessa logica di sintesi applicata agli oggetti veniva estesa ai flussi informativi.
Nonostante Cybersyn non sia mai stato completato e lo sviluppo sia stato interrotto dal colpo di Stato del 1973, l’esperimento rimane significativo: non come mero anticipo tecnologico, ma come tentativo di progettare un sistema informativo che rendesse le decisioni più visibili, più condivisibili e più responsabili.
La ricostruzione completata nel 2023 ha permesso di realizzare il dispositivo secondo i disegni originari, includendo anche i pulsanti che negli anni 70 non furono mai prodotti. L’ambiente restituito consente oggi di osservare Cybersyn come un caso di studio sul rapporto tra design e infrastruttura informativa.
In questo senso rappresenta uno dei primi momenti in cui il dato viene raccolto, elaborato e visualizzato all’interno di uno spazio progettato. L’architettura diventa parte del sistema informativo e l’infrastruttura del dato assume forma ambientale.